Coelia Slit Thorne
Ciò che sono non mai avuto un nome, ma solo una domanda: perché voglio
essere donna?
Se hai mai sentito che il corpo in cui vivi non racconta
chi sei davvero, sai di cosa parlo. Se non l'hai mai sentito, queste
pagine ti mostreranno cosa significa.
Prima un corpo inadeguato e la vergogna di ciò che sentivo, poi notti in abiti femminili con il trucco sciolto dalle lacrime e
giorni con il viso spento in giacca e cravatta. La parte femminile in me, invece di scomparire, chiedeva vita. Capii di soffrire di disforia di
genere e decisi di intraprendere la transizione
Per una serie di circostanze sfortunate fui costretta ad abbandonare la terapia: rimaneva solo una vita da uomo (uccidendo la donna che era in me) oppure una vita da travestito (distruggendo la vita da uomo che avevo costruito).
Fu un periodo di disperazione, accompagnato da pensieri oscuri sulla morte.
Incontrai il Nei
Gong, la pratica taoista che raffina le energie interne in
qualcosa di più sottile. Mi focalizzai su chi avrei voluto diventare e
non su chi fossi: si generò un fuoco che mi trasmutò, integrando la mia parte femminile con quella maschile.
Da allora, sono
riuscita a vivere molti anni da uomo e alcuni giorni da donna e ho imparato molto da questa condizione. Ho cominciato a scrivere
racconti in cui affioravano le mie esperienze: discriminazioni,
amore, sesso, amore, sangue, amore.
Forse anche tu conosci quel fuoco. O forse lo conoscerai leggendo
queste storie.
Quei ricordi erano ciò che di importante aveva registrato il mio cuore nella materialità, ma erano simboli che potevano integrarsi in una saga fantasy, riflessi di ciò che era già stato vissuto dalle nostre pioniere nel secolo scorso e infine erano la ragione per cui affrontai il Nei Gong.
Ecco come sono oggi, dopo essere passata attraverso quel fuoco.
Nelle pagine che seguono troverai il cammino che ho percorso — e forse
un pezzo del tuo.
Un nome non si sceglie: si scopre. Il mio è fatto di tre ferite che, messe insieme, formano una firma. Se ti stai chiedendo cosa significhi, ecco la risposta.
In greco koilía (κοιλία) significa “ventre” (nei Vangeli indica il grembo materno, per i Greci antichi
era il centro delle emozioni e degli impulsi). In latino coelum significa
“cielo”, ma c’è assonanza anche con il verbo cēlare (nascondere) e con
il sostantivo celia (scherzo, burla). Infine era la variante femminile di Coelius e nome della stirpe di una famiglia dell’antica Roma, la Gens
Coelia. Coèlia è insieme
il luogo femminile del concepimento, il punto da cui origina il vizio, la sede
del sacro, un segreto nascosto agli altri, uno scherzo del destino e una
traccia di nobiltà. Si pronuncia Co-è-lia.
Separando la "o" dalla "e", costringo le labbra a muoversi da
protese in avanti a forma di anello fino ad allargarsi in un sorriso. Quel
momento di coscienza tra due attimi di vita mi ricorda il respiro prima del
pianto, l’attesa tra due schiaffi ricevuti, il perdersi tra due orgasmi
interni, la pausa del blues dove si concentra tutta la verità.
In inglese significa “fessura” o “taglio causato da un movimento netto e lineare”. È usato per descrivere la moda (un taglio del vestito) o la violenza (ferite alla gola o ai polsi). Per me è il simbolo del trauma inciso nella carne, la porta d'ingresso della vita, la fenditura da cui entra la luce nella pratica interiore. Coèlia Slit è “ventre” e “incisione”: richiama la nascita, la morte, il trauma, il sesso. Adatto per scrivere con il bisturi. E se stai leggendo queste pagine, forse anche tu hai una fessura da qualche parte. Forse è da lì che sei entrata.
In inglese significa “spina di rovo”. Slit è il taglio, Thorne è la spina che ci rimane dentro. Ciò che ha tagliato ed è entrato nella carne. Ciò che ancora fa male perché è rimasto dentro, nonostante il taglio si rimargini. Un dolore che non passa, perché ormai è diventato parte di me.